II Disturbo da Deficit di Attenzione/Iperattività (ADHD)


Che cos’è l’ADHD (Attention Deficit Hyperactivity Disorder)?
L’ADHD è la sigla con cui si definiscono i bambini il cui comportamento è caratterizzato da disattenzione, impulsività e iperattività motoria, persistenti e inappropriati rispetto all’età e al livello di sviluppo.
Queste caratteristiche si evidenziano nei diversi contesti in cui si esprime la vita del bambino (casa, scuola, ecc.).
L’incidenza di questo disturbo si stima che sia intorno al 3-7% della popolazione in età scolare, con una prevalenza dei maschi rispetto alle femmine.
In associazione a questo disturbo spesso si osservano, nel 70% dei casi, altre difficoltà legate al controllo degli aspetti emotivi e del comportamento, difficoltà nelle relazioni e negli apprendimenti.
Al di là della complessità del disturbo, è opinione comune che i nuclei caratterizzanti il disturbo dell’ADHD siano due: la disattenzione e l’iperattività/impulsività. Si distinguerebbero poi tre sottotipi a seconda che compaia un solo nucleo o siano presenti entrambi.

Disattenzione

Si manifesta come difficoltà a mantenere l’attenzione a lungo su un determinato oggetto, e può incontrarsi anche in bambini che non manifestano aspetti legati all’iperattività o all’impulsività.
La disattenzione, o facile distraibilità, può anche assumere l’aspetto di scarsa cura per i particolari e difficoltà a portare a termine le azioni intraprese.
Le caratteristiche principali del comportamento di questi bambini sono:
• compie errori di distrazione;
• non sa stare attento a lungo;
• non ascolta chi parla;
• non segue le istruzioni;
• non riesce ad organizzarsi nei compiti;
• perde le cose;
• dimentica attività importanti;
• cerca di evitare compiti più impegnativi.
Questi bambini sembrano avere sempre la mente altrove e sembrano avere particolare difficoltà a concentrare l’attenzione su un’unica fonte di informazione. Naturalmente il rendimento scolastico ne risente anche se può essere variable e discontinuo. Questi bambini possono, tuttavia, riuscire a mantenere più a lungo l’attenzione se impegnati in attività al computer o davanti alla tv.

Iperattività/impulsività

I comportamenti iperattivi o impulsivi sono quelli più facilmente osservabili ed individuabili. Infatti, questo bambino ha difficoltà a rimanere seduto al proprio posto, ad attendere il proprio turno sia in classe che nelle interazioni con i compagni, difficilmente riesce a coordinare azioni complesse in cui è necessario organizzare e riflettere. Sul piano verbale, il disturbo si manifesta con un eloquio torrenziale, spesso incompiuto e disorganizzato.
A scuola il comportamento del bambino con questo disturbo si traduce nella tendenza a rispondere affrettatamente, spesso senza attendere che l’insegnante completi la domanda, o nell’eseguire frettolosamente i compiti senza avere una procedura mentale che ne guidi la realizzazione.
Con la crescita l’iperattività migliora in termini di frequenza ed intensità ma può essere parzialmente sostituita da una “agitazione interiorizzata”: il ragazzo può mostrarsi insofferente, impaziente, con un continuo bisogno di cambiare attività o di muovere il corpo.

Attenzione e autoregolazione
E’ interessante notare che molte manifestazione di disattenzione sono associate a una concentrazione dell’attenzione su stimoli diversi da quelli utili per portare a termine il compito e non ad un’assenza di attenzione. A tale proposito sembrerebbe più opportuno parlare di una difficoltà ad orientare l’attenzione verso lo stimolo proposto dal contesto, o di un mancato controllo sulla mente, piuttosto che di un disturbo dell’attenzione. Quando un bambino con ADHD è seguito da un adulto, questo riesce molto meglio nella prestazione rispetto a quando è lasciato da solo di fronte al compito. Tale discrepanza viene spiegata ipotizzando una difficoltà di autoregolazione, cioè la difficoltà a gestire in modo autonomo le proprie risorse attentive e controllare che siano utilizzate in modo adeguato. Tutto questo ha un’enorme importanza ai fini dell’intervento terapeutico.

Le cause: meccanismi neuropsicologici ed esperienza
L’ADHD ha una base genetica e sono stati identificati, in varie coppie di cromosomi, geni che contribuiscono a produrre rischio di ADHD. I fattori genetici contribuiscono a produrre un assetto neuropsicologico che ha sue specificità, per esempio una minore funzionalità dei lobi prefrontali, dedicati al controllo.
Naturalmente, i fattori biologici producono una situazione di rischio ma, questa viene modulata dalle esperienze cui il bambino va incontro.

Il processo di valutazione

Il percorso valutativo che porta alla diagnosi di ADHD è molto complesso, ciò a causa del fatto che, nell’interazione a due, il bambino è in grado di mostrare un comportamento abbastanza adeguato al contesto, pertanto, la valutazione individuale potrebbe fornire un falso ridimensionamento delle sue difficoltà.
Per questo motivo la diagnosi non può basarsi solo sull’osservazione clinica in contesti strutturati e sulla somministrazione di test, ma deve prendere in considerazione, necessariamente, le informazioni raccolte dalle persone che conoscono il bambino: insegnanti, genitori e quanti si occupano di lui in situazioni non strutturate.

L’intervento
Nella maggior parte dei casi l’intervento deve riguardare i differenti contesti in cui il bambino si trova ad agire: la famiglia e la scuola.
In generale, poiché i bambini con ADHD mostrano specifiche difficoltà nel regolare in modo autonomo il proprio comportamento e la propria attività, può essere di grande aiuto predisporre un contesto particolarmente strutturato, che offra loro una regolazione esterna. Organizzare il contesto, creare una scaletta delle attività quotidiane, introdurre routine il più possibile chiare e non ambigue faranno comprendere al bambino l’alternanza dei momenti di lavoro e di pausa, l’entità del compito da svolgere e la sua durata.
Sarà così possibile aiutarlo a raggiungere e mantenere periodi di lavoro più lunghi ed efficaci ed ottenere il duplice obiettivo: da un lato la promozione di una maggiore capacità di autoregolazione e dall’altro la risoluzione dei comportamenti problematici.

• Strategie per regolare l’attenzione:
gli interventi mirati al prolungamento dei tempi di attenzione dovrebbero essere caratterizzati da sistematicità e costanza. Perchè il bambino possa contenere la tendenza alla distrazione l’ambiente dovrà essere con pochi stimoli e ben strutturato. Alcuni accorgimenti:
-strutturare lo spazio di lavoro il più lontano possibile da fonti di distrazione;
-concedere al bambino pause frequenti;
-dare istruzioni e comandi uno alla volta e usare un linguaggio semplice, concreto e diretto;
-pianificare il lavoro insieme al bambino facendo ricorso, se necessario, a simboli grafici che servano da ancoraggio;
-predisporre compiti e spiegazioni il più possibile ispirati alla curiosità.

• Strategie per regolare il comportamento:
non è facile gestire i comportamenti scorretti, impulsivi e spesso oppositivi.
Può essere opportuno suggerire ai genitori di ignorare alcuni comportamenti “lievemente negativi” e di concentrare l’attenzione sulle condotte adeguate messe in atto spontaneamente dal bambino rinforzandole ogni volta che se ne presenta l’occasione. Alcuni accorgimenti per facilitare la gestione e diminuire la frequenza delle condotte scorrette:
-osservare il comportamento del bambino con metodo per individuare l’intervento da effettuare;
-stabilire poche ma importanti regole condivise, formulate con brevità e chiarezza;
-istituire routine che regolino il comportamento;
-gratificare in modo sistematico e coerente i comportamenti corretti;
-intervenire in modo autorevole e deciso sui comportamenti scorretti;
-incentrare i rimproveri sul comportamento scorretto messo in atto e non sul bambino.
A scuola può essere molto utile il ricorso al tutoraggio da parte dei compagni.

Per approfondire:
Cornoldi, De Meo, Offredi, Vio, “Iperattività e autoregolazione cognitiva”, Erickson, 2001.
Vio, Marzocchi, Offredi, “Il bambino con deficit di attenzione/iperattività. Diagnosi psicologica e formazione dei genitori” Erickson, 2006.

Share on Twitter